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POESIA DEL PROF

Il silenzio può vestire 

"la pace più pura" 

ed io vesto di silenzi e parole felici 

che riecheggiano tra le mura della mia pace.

 

Il silenzio può nascondere 

"la disperazione più profonda"

ed io dietro le mura del mio dolore

nascondo, vestite di silenzi, parole disperate.

 

Siamo ancora delle storie mai scritte,

il coraggio di riconoscere

e riconoscersi,

una luna derisa dal sole.

 

Arditi e imprudenti 

coloriamo il dolore

sperando che non sovrasti

le nostre speranze.

 

Camminando per il mondo ridiamo

e sorridiamo nascondendo solitudini,

ed io muoio dentro, per fuggire

e fuggo, per non morire.

 

Giada era una ragazzina molto, molto speciale.

Con quel suo sorriso radioso che elargiva a chiunque ho sempre creduto non fosse di questo mondo. Ricordo che non possedeva neanche un briciolo di cattiveria: quel briciolo di cattiveria necessario per poter sopravvivere in questo mondo così ostile.  

Da professore era meraviglioso entrare in palestra e vederla sorridere, giocare e impegnarsi fino allo stremo. Nei giorni più sereni era luminosa: l’avresti riconosciuta tra mille studenti perché illuminava l’ambiente come una lucciola che brilla nella notte.

Un giorno la vidi piangere, in disparte, da sola in palestra. Mi avvicinai e provai a chiedere cosa le stesse succedendo. Mi raccontò tutto … e ricordo molto chiaramente che mi chiesi come potesse una ragazzina buona come lei meritare di essere ferita così gratuitamente. Erano diatribe tra adolescenti … ma lei era un’anima con una sensibilità fuori del comune.

Provai a consolarla come meglio potevo in quel poco tempo a disposizione.

Al termine della lezione fu l’ultima a tornare negli spogliatoi. Si avvicinò a me, mi abbracciò e mi disse “Grazie prof.” - Ricordo come fosse ieri quell’abbraccio così profondo di gratitudine: mi cinse la testa con quel suo collo da cerbiatta avvolgendomi completamente con quelle sue grandi braccia che poi si svelarono ali.

Sorpreso da quell’abbraccio inaspettato provai a ricambiare quella sua fiducia cercando di rincuorarla ancora e - come meglio potevo in quei pochi minuti rimasti - a infonderle speranza nel domani, ma come lame sul mio viso, portai a casa quelle sue lacrime sapide di dolore, con l'impotenza e la sola speranza di rivederla sorridere.

Quella sua divina purezza fatta di dolcezza e fragilità ferita lasciò il mio io più profondo smarrito in un vuoto senza fondo.

Durante la successiva ora lezione, in un altro contesto classe: "Prof. vogliamo vederla sorridere. A me piace tanto!".

Quel giorno scrissi “Siamo uno, cento, mille padri”.

 

Se avessi potuto ti avrei regalato un lembo di cielo dove poter libera librare; ti avrei regalato persino le mie vecchie ali, ma erano per te inadatte, stanche e pesanti di tutta quella pece degli uomini.

Combinazione, mi regalarono una retina per farfalle che rifiutai sempre di usare; pochi mi avrebbero conosciuto come te che mi scopristi liberare rondini per altrui primavere.

Forse furono proprio quelle tue ali che ti confusero: quando le scopristi le confondesti per quelle di una farfalla - che sapevi avere vita breve - invece erano quelle di un angelo.

Sei stata vittima del disordine degli uomini che ti ha resa inadatta a questo mondo troppo imperfetto e spietato per la tua trasparente e fragile autenticità.

 

Non è vero, come dicono, che le difficoltà rendono forti.

No, le difficoltà ci permettono di scoprire una forza che non sapevamo di avere.

Ma non fortificano, stancano.

E le persone forti sono stanche, anche se ce la fanno, ma anche loro hanno un limite.

 

Viviamo allarmati questa nostra quieta tristezza. 

Adombrati dalle paure della vita fatichiamo a riconoscerne la luce.

Lei era luce, e la luce che brilla il doppio dura la metà

 

Giada cara, “ci manchi tanto”, non è una frase fatta o un modo di dire sdolcinato, ma un dato di fatto. Da quando non ci sei più percepiamo la tua assenza in quel vuoto che sapevi colmare solo tu, con quell’aria leggera da eterna bambina che nascondeva quella maturità sorprendente rispetto i tuoi pochi anni da piccola donna.

Da quando non ci sei più mi scopro ad ascoltare i silenzi sperando di ritrovarti, e in quel silenzio a volte mi perdo tra emozioni contrastanti perché, seppur triste, riesco ancora a ricordare la tua voce.

Sempre tuo prof.

 

Francesco Adragna 

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